Articoli

TANTI COMPROPRIETARI, UNA LOCAZIONE.

Mi si è presentato il caso di due coniugi, separati solo di fatto e in separazione dei beni, nel quale il marito, locatore insieme alla moglie dell’appartamento in comproprietà, ha unilateralmente inviato formale disdetta all’inquilino.

Il fine è quello di rientrare in possesso dell’immobile da destinare in comodato al figlio ma la moglie, non titolare di assegno di mantenimento alcuno e priva di redditi propri, si troverebbe a perdere l’unica fonte di reddito costituita dal 50% del canone di locazione; ha quindi manifestato il proprio dissenso.

Il comportamento tenuto dal marito, comunista, sconta l’opposizione della moglie quindi la disdetta perde efficacia.

È principio consolidato in giurisprudenza che nel contratto di locazione, quando la parte locatrice è costituita da più locatori, ciascuno di essi è tenuto, dal lato passivo nei confronti del conduttore alla medesima prestazione; così come dal lato attivo, ognuno degli stessi può agire nei riguardi del locatario per l’adempimento delle sue obbligazioni, applicandosi la disciplina della solidarietà ex art. 1292 c.c., senza però che si determini la nascita di un litisconsorzio necessario ex art. 102 c.p.c. (Cass., Sez. Un., 4 luglio 2012 n. 11135).

Quindi, quando si verifica il caso di comproprietà di un bene, qualora uno dei compartecipanti alla comunione compia un atto di ordinaria amministrazione, anche consistente in un negozio giuridico o un’azione giudiziale, come l’agire per finita locazione nei confronti dei conduttori della cosa comune, la presunzione del consenso ex art. 1105 c.c. può essere superata dimostrando l’esistenza del dissenso degli altri comunisti per una quota maggioritaria o eguale della comunione, senza che per tale dissenso vi sia deliberazione espressa.

Pertanto, in tema di tutela del diritto di comproprietà vige il principio dei pari poteri gestori in capo a tutti i comproprietari e pertanto ciascuno di essi è legittimato agire contro chi vanti diritti di godimento sul bene, tale che il consenso di ciascuno all’iniziativa giudiziaria per tutelare gli interessi comuni si presume; salvo dare la prova contraria del dissenso della maggioranza ed in tal caso è necessario il preventivo intervento dell’autorità giudiziaria.

CONDOMINIO: ancora sul distacco dal riscaldamento centralizzato

Si moltiplicano le sentenze di merito che fanno chiarezza sui diritti ed obblighi del condomino che intenda distaccarsi dall’impianto di riscaldamento centralizzato.

Vediamone alcune.

Tribunale Torino sez. VIII, 28/06/2021, n.3265

In tema di distacco dal sistema di riscaldamento centralizzato nei condomini possono essere individuate tre ipotesi:

a) distacco unilaterale, quando l’interessato abbia dimostrato che dal distacco non siano derivati né aggravi di spese per i residui fruitori dell’impianto, né squilibri termici pregiudizievoli della regolare erogazione del servizio;

 b) autorizzazione dell’assemblea dei condomini al distacco, eventualmente modificando gli obblighi gravanti sui compartecipi in base al regolamento di condominio;

c) possibilità di distacco espressamente consentita dal regolamento di condominio.

Non è quindi necessaria la delibera assembleare che autorizzi preventivamente il singolo condomino al distacco quando questi faccia valere l’ipotesi di cui alla lettera a) di distacco nella ricorrenza dei presupposti tecnici richiesti dalla legge.

La posizione del condòmino che si sia distaccato dall’impianto centrale di riscaldamento e la sua partecipazione alle spese vanno così riassunte:

egli partecipa alle spese di manutenzione e conservazione dell’impianto in quanto comproprietario ex art. 1123 c.c.;

non partecipa alle spese di utilizzo del riscaldamento nella parte riferibile alla quota volontaria e involontaria in quanto distaccato nella ricorrenza dei presupposti dell’art. 1118 ultimo comma c.c.. Conseguentemente va esonerato dalle spese di riscaldamento diverse da quelle di manutenzione e conservazione.

Fonte:

Redazione Giuffrè 2021

Al contrario: secondo il Tribunale di Genova sez. III, 13/01/2021, n.34 qualora si accerti, a seguito del distacco, a mezzo di idonea consulenza tecnica d’ufficio, uno squilibrio in tema di consumo involontario, questo dovrà comunque essere a carico anche del distaccato.

Il condomino può legittimamente rinunziare all’uso del riscaldamento centralizzato e distaccare le diramazioni della sua unità immobiliare dell’impianto comune, senza necessità di autorizzazione o approvazione da parte degli altri condomini, se prova che dal distacco non derivano né un aggravio di spese per coloro che continuano a fruire del riscaldamento centralizzato, né uno squilibrio termico dell’intero edificio, pregiudizievole per la regolare erogazione del servizio.

Soddisfatta tale condizione, egli è obbligato a pagare soltanto le spese di conservazione dell’impianto di riscaldamento centrale, mentre è esonerato dall’obbligo del pagamento delle spese per il suo uso.

Per contro, in relazione all’accertamento di un eventuale aggravio di spesa a carico degli altri condomini conseguente al distacco operato dagli attori T.A., T. S. e M.G., il ctu ha osservato nella propria relazione che “il distacco dall’impianto centralizzato di riscaldamento operato dagli intt. 14-15-16 comporta un aggravio di spese per i restanti utenti rimasti allacciati qualora gli utenti distaccati non partecipino alle spese di consumo associate alle perdite passive dell’impianto ed alle spese di manutenzione“.

Alla luce delle osservazioni del Ctu, che la scrivente ritiene adeguatamente motivate nonché pienamente condivisibili deve, pertanto, concludersi che il distacco operato dagli attori possa essere ritenuto legittimo solo ed esclusivamente nella misura in cui gli stessi, oltre che partecipare alle spese di manutenzione dell’impianto, si facciano carico delle spese di consumo associate alle perdite passive dell’impianto che, ad oggi, alle luce della normativa vigente corrispondono alla parte relativa ai consumi involontari di combustibile.

Invero non tutto quanto viene speso in termini di energia primaria (combustibile) è dipendente dall’effettivo utilizzo dell’impianto: infatti una quota parte della stessa viene spesa solo per compensare le dissipazioni energetiche che sono inevitabilmente connesse al processo. Ed è appunto tale quota relativa alle dissipazioni energetiche che deve essere ripartita tra tutti i condomini indipendentemente dall’effettivo utilizzo dell’impianto centralizzato, ivi compresi i condomini distaccatisi: operando diversamente infatti si avrebbe un pregiudizio economico per i condomini rimasti allacciati”.

Tribunale Venezia sez. I, 26/07/2021, n.1506

Obblighi contributivi del condòmino in caso di distacco dall’impianto di riscaldamento centralizzato

Ogni condòmino può distaccare le diramazioni della propria unità immobiliare dall’impianto termico centralizzato, senza necessità di autorizzazione od approvazione dell’assemblea, purché il suo distacco non comporti un notevole squilibrio di funzionamento dell’impianto, né un aggravio di spesa per gli altri condomini. A ciò aggiungasi che il condomino che abbia provveduto a distaccarsi è comunque tenuto al pagamento delle spese per la manutenzione straordinaria dell’impianto e per la sua conservazione e messa a norma.

Fonte:

Redazione Giuffrè 2021

Tribunale Cosenza sez. I, 19/07/2021, n.1657

Rinuncia o distacco dall’impianto di riscaldamento centralizzato nei condomini

In tema di condominio negli edifici, è valida la clausola del regolamento contrattuale che, in ipotesi di rinuncia o distacco dall’impianto di riscaldamento centralizzato, ponga, a carico del condomino rinunciante o distaccatosi, l’obbligo di contribuzione alle spese per il relativo uso in aggiunta a quelle, comunque dovute, per la sua conservazione, potendo i condomini regolare, mediante convenzione espressa, adottata all’unanimità , il contenuto dei loro diritti ed obblighi e, dunque, ferma l’indisponibilità del diritto al distacco, suddividere le spese relative all’impianto anche in deroga agli artt. 1123 e 1118 c.c., a ciò non ostando alcun vincolo pubblicistico di distribuzione di tali oneri condominiali dettato dall’esigenza dell’uso razionale delle risorse energetiche e del miglioramento delle condizioni di compatibilità ambientale.

Fonte:

Redazione Giuffrè 2021

Ammissibili, in sede di separazione consensuale o divorzio congiunto, gli accordi attuativi di un trasferimento immobiliare

Con una recentissima pronuncia (riportata di seguito nella massima tratta dal portale DeJure) la Cassazione ha (finalmente) (ri)ammesso la previsione dei trasferimenti immobiliari in sede di procedimento di separazione o divorzio consensuali, seppure con qualche specifico adempimento….

Cassazione civile sez. un., 29/07/2021, n.21761

Sono valide le clausole dell’accordo di divorzio a domanda congiunta, o di separazione consensuale, che riconoscano ad uno o ad entrambi i coniugi la proprietà esclusiva di beni mobili o immobili, o di altri diritti reali, ovvero ne operino il trasferimento a favore di uno di essi, o dei figli, al fine di assicurarne il mantenimento; il suddetto accordo di divorzio o di separazione, in quanto inserito nel verbale d’udienza, redatto da un ausiliario del giudice e destinato a far fede di ciò che in esso è attestato, assume forma di atto pubblico ai sensi e per gli effetti dell’art. 2699 c.c. e, ove implichi il trasferimento di diritti reali immobiliari, costituisce, dopo la sentenza di divorzio resa ai sensi della l. n. 898 del 1970, art. 4, comma 16, che, in relazione alle pattuizioni aventi ad oggetto le condizioni inerenti alla prole e ai rapporti economici, ha valore di pronuncia dichiarativa, ovvero dopo l’omologazione che lo rende efficace, valido titolo per la trascrizione a norma dell’art. 2657 c.c.; la validità dei trasferimenti immobiliari presuppone l’attestazione, da parte del cancelliere, che le parti abbiano prodotto gli atti e rese le dichiarazioni di cui alla l. n. 52 del 1985, art. 29, comma 1-bis; non produce nullità del trasferimento, il mancato compimento, da parte dell’ausiliario, dell’ulteriore verifica circa l’intestatario catastale dei beni trasferiti e la sua conformità con le risultanze dei registri immobiliari.

Fonte:Diritto & Giustizia 2021, 30 luglio (nota di: Katia Mascia Avvocato Cassazionista)

Forse.. non tutti sanno che:

L’art. 712 del C.p.c. riguarda il contenuto della domanda per interdizione o inabilitazione – che si propongono con ricorso al tribunale del luogo dove la persona nei confronti della quale è proposta ha residenza o domicilio, stabilisce che in esso debbano essere esposti i fatti sui quali la domanda è fondata e indicati il nome e cognome e la residenza del coniuge o del convivente di fatto, dei parenti entro il quarto grado, degli affini entro il secondo grado e, se vi sono, del tutore o curatore dell’interdicendo o dell’inabilitando.

La legge sulle Unioni Civili, al comma 47 dell’articolo 1 della l. 20 maggio 2016, n. 76, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 118 del 21 maggio 2016, nel modificare l’articolo 712, comma 2, ha disposto il riconoscimento a ciascun convivente di fatto di essere indicato nella domanda per l’interdizione o inabilitazione del partner.

BONUS VACANZE NON UTILIZZATO: ATTENZIONE ALLE TRUFFE

Con un recentissimo Comunicato Stampa, l’Agenzia delle Entrate ha fornito qualche suggerimento per difendersi da una delle ultimissime truffe che circolano in rete, sui social ossia l’offerta di trasformare in denaro il bonus vacanze che il cittadino non abbia ancora utilizzato ma che abbia già attivato attraverso l’app IO.

Comunicato stampa – Agenzia delle Entrate – 30 dicembre 2020 – n. 88/E

Alcuni cittadini hanno segnalato account o banner che pubblicizzano offerte turistiche particolarmente convenienti e che, una volta ottenuti il codice fiscale del cittadino e il codice univoco (o il QRcode) del Bonus vacanze, vengono chiusi e “scompaiono” dal web.

In realtà, si tratta di vere e proprie truffe ai danni di cittadini, il cui bonus viene “bruciato” e non può più essere utilizzato né rigenerato in alcun modo.

Le regole base per evitare le truffe:

L’Agenzia delle entrate, il Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo e PagoPA SpA, hanno già avviato le verifiche opportune e invitano i cittadini alla massima cautela e a utilizzare l’agevolazione come espressamente previsto dalle norme.

Si rammenta che il bonus e gli altri dati devono essere comunicati al fornitore del servizio turistico solo al momento dell’effettivo pagamento dell’importo dovuto per la vacanza.

Infatti, il componente del nucleo familiare che intende fruire del bonus deve comunicare al fornitore il codice univoco (o esibire il QR-code), insieme con il proprio codice fiscale, che sarà riportato sulla fattura o documento commerciale emesso a fronte del pagamento.

A questo punto, il fornitore verifica la validità del bonus inserendo il codice univoco, il codice fiscale del cliente e l’importo del corrispettivo dovuto nell’apposita procedura web disponibile nell’area riservata del sito internet dell’Agenzia delle entrate e, in caso di esito positivo del riscontro, può confermare a sistema l’applicazione dello sconto.

Da questo momento l’agevolazione si intende interamente utilizzata.

L’Agenzia sottolinea che qualunque diverso utilizzo dei dati relativi al bonus vacanze non è consentito.

LA REGISTRAZIONE DEL MARCHIO

Lo studio si occupa anche di registrazione di marchi.

La nuova procedura, interamente telematica, è abbastanza semplice.

In alternativa è possibile presentare la domanda cartacea tramite le Poste o la Camera di Commercio.

La procedura di registrazione telematica, certamente preferibile, deve essere attivata – previa registrazione, sul sito del Ministero dello Sviluppo Economico, nell’apposita sezione dedicata.

Chi può registrare un marchio? Chiunque può registrare un marchio.

Persona fisiche, persona giuridiche, associazioni, enti, compresi i minorenni, anche stranieri purché domiciliati in uno dei Paesi UE.

Possono essere titolari di un marchio anche più soggetti.

La domanda può essere presentata direttamente o attraverso un intermediario.

L’avvocato iscritto all’ordine è qualificato come “rappresentante” del titolare del marchio.

Egli deve essere munito di apposita procura o lettera di incarico che dovrà poi essere allegata ai documenti richiesti in sede di registrazione.

La lettera d’incarico è soggetta all’imposta di bollo e deve essere scritta su carta semplice senza alcuna legalizzazione o autenticazione.

L’incarico non è soggetto ad imposta di bollo se la registrazione avviene in via telematica; in caso di deposito cartaceo l’imposta di bollo è dovuta nella misura di € 16,00.

Cosa si intende per “marchio” e cosa può essere registrato?

Il marchio è un “segno” usato per identificare i prodotti/servizi di una impresa e distinguerli da quelli della concorrenza.

Possono costituire oggetto di registrazione come marchio  tutti i segni: parole (compresi i nomi di persone), disegni, lettere, cifre, suoni, forma del prodotto o della confezione di esso, combinazioni o tonalità cromatiche purché siano atti: a) a distinguere i prodotti o i servizi di un’impresa  da  quelli di altre imprese;  b)  ad  essere  rappresentati  nel  registro  in  modo  tale   da consentire alle autorità competenti ed al  pubblico  di  determinare con chiarezza e precisione l’oggetto della  protezione  conferita  al titolare.». (art.7 CPI – Codice della proprietà Industriale).

Non possono essere registrati, invece:

Ritratti di persone, nomi e segni notori se non è prestato il consenso

Stemmi, bandiere ed altri simboli che rivestono interesse pubblico;

Marchi contenenti parole, figure o segni con significazione politica o di alto valore simbolico, o contenente elementi araldici;

Stemmi di partiti politici;

Segni contrari alla legge, all’ordine pubblico o al buon costume (ai sensi del Codice Penale e delle leggi penali);

Indicazioni geografiche (artt. 29-30 CPI);

Riproduzioni di opere d’arte o di beni culturali;

Il marchio può essere:

  • marchio denominativo, che è costituito solo da parole;
  • marchio figurativo, che consiste in una figura o in una riproduzione di oggetti reali o di fantasia. Ai fini del deposito si considera figurativo anche il marchio misto (composto da parole e elementi figurativi);
  • marchio di forma o tridimensionale, che è costituito da una forma tridimensionale e che può comprendere i contenitori, gli imballaggi, il prodotto stesso o il loro aspetto;
  • marchio sonoro che è costituito esclusivamente da un suono o da una combinazione di suoni;
  • marchio di movimento, caratterizzato da un cambiamento di posizione degli elementi del marchio;
  • marchio multimediale è costituito dalla combinazione di immagine e di suono;
  • marchio a motivi ripetuti;
  • marchio di posizione;
  • marchio olografico, costituito da elementi con caratteristiche olografiche.

Prima di registrare il marchio occorre fare una specifica ricerca per verificarne la novità.

La ricerca può effettuarsi tramite le apposite banche dati anche europee.

Nel registrare il marchio occorre poi individuare la classe a cui appartiene.

La tutela del marchio registrato inizia a decorrere dalla data di deposito della domanda (cioè la data di pagamento dei diritti tramite il modello F24 o Pago PA).

La durata della registrazione è decennale e in caso di rinnovo gli effetti decorrono dalla data di scadenza della registrazione precedente.

Quanto costa registrare un marchio?

I costi per la registrazione sono diversi a seconda del numero di classi che si vogliono utilizzare e a seconda della modalità (telematica o cartacea).

La tassa di registrazione per il marchio di impresa, comprensiva di una classe è di € 101,00; oltre € 34,00 per ogni classe aggiunta.

L’imposta di bollo per la registrazione telematica è di € 42,00.

Per il rinnovo del marchio la tassa è di € 67,00 oltre ad € 34,00 per ogni classe aggiunta.

Come detto la lettera di incarico nella registrazione telematica non è soggetta ad imposta mentre è sempre soggetta alla tassa di concessione governativa pari ad € 34,00.

IN TEMA DI MANTENIMENTO DEI FIGLI DI GENITORI NON CONIUGATI TROVA APPLICAZIONE LA PROCEDURA PREVISTA DALL’ART. 8 L. 898/1970 RICHIAMATO DALL’ART. 3 L. 219/2012 (ORDINE DIRETTO AL DATORE DI LAVORO).

Tribunale di Modena in composizione collegiale, decreto del 22 luglio 2020

Con la pronuncia in esame, il Tribunale ha risolto un dubbio interpretativo che mi ero posta visto il dibattito giurisprudenziale in materia: nel caso di mantenimento di figli nati fuori del matrimonio, è ammessa l’applicazione diretta della disciplina prevista dall’art. 8 della Legge divorzio o è necessario richiedere l’intervento (anche eventualmente preliminare) del Giudice.

Poiché non avevo trovato pronunce in tale senso avevo avanzato la domanda – ai sensi dell’art. 3 della L. 219/2012, di ordine di pagamento diretto al datore di lavoro.

Il Collegio ha così disposto: “ritenuto che la richiesta di versamento diretto al datore di lavoro sia inammissibile in quanto, in caso di inadempimento, la parte potrà direttamente avvalersi della procedura prevista dall’art. 8 l. n. 898/1970, richiamato dell’art. 3, l. n. 219/2012…[….]”.

L’uso, da parte del Collegio, dell’avverbio “direttamente” è tale da dirimere ogni dubbio.

Come noto la soluzione non è univoca; alcuni Tribunali considerano pacifico il ricorso alla procedura di cui all’art. 8 Legge divorzio (Cfr. Tribunale di Catania 22 gennaio 1994), altri (Cfr. Tribunale di Bari 25 marzo 2014) ritengono che spetti sempre al Giudice l’adozione di strumenti di garanzia dei crediti in questione.

Il Tribunale di Roma, poi, fornisce una terza diversa soluzione ritenendo che l’art. 3 L. 219/2012 configuri un modello completamente nuovo, applicabile a garanzia degli assegni di mantenimento dovuti per tutti i figli, indipendentemente dalla relazione tra i genitori e quindi preveda: l’inadempimento dell’obbligato, il ricorso al Giudice che può emettere l’ordine, l’azionabilità – una volta ottenuto l’ordine giudiziale di distrazione, della procedura di cui all’art. 8 L. divorzio con conseguente possibilità di azione diretta esecutiva nei confronti del terzo inadempiente (cfr. Tribunale di Roma7 gennaio 2015).

La Corte di Appello di Milano, confermando la giurisprudenza del Tribunale ordinario, con provvedimento del 20 marzo 2018, ha sancito che la procedura di cui all’art. 156 c.c. debba trovare applicazione solamente nel caso di separazione di genitori coniugati mentre nel caso di figli di genitori non coniugati si applichi  l’art. 3 L. 219/2012 nel senso di ritenere ammissibile il ricorso immediato alla procedura di cui all’art. 8 L. divorzio con la conseguenza che, nel caso di inadempimento al pagamento dell’assegno di mantenimento in favore della prole, il genitore non obbligato non deve rivolgersi al giudice ma ha la facoltà di rivolgersi direttamente al terzo dopo la costituzione in mora del genitore onerato, chiedendo il versamento dell’assegno e dandone contestualmente notizia all’inadempiente.

Ove poi il terzo non adempia a sua volta, l’interessato ha azione esecutiva diretta nei suoi confronti per il recupero del dovuto.

La procedura da seguire sarà dunque questa: messa in mora del debitore, notifica del titolo esecutivo al terzo con raccomandata, comunicazione al debitore dell’avvenuta notifica al terzo con invito a provvedere direttamente.

LA NULLITA’ DELL’ATTO DI PRECETTO CONSEGUENTE AD OMESSA NOTIFICA DEL TITOLO ESECUTIVO (VERBALE DI SEPARAZIONE CONSENSUALE OMOLOGATO)

Tribunale di Reggio Emilia, ordinanza del 16 luglio 2020

La pronuncia trae origine dalla vicenda nella quale la moglie separata notificava al marito un atto di precetto col quale era richiesto il pagamento di somme, a suo dire derivanti dagli impegni assunti in separazione, omettendo però la notifica del verbale di separazione consensuale e notificando, quale titolo esecutivo, soltanto l’atto di omologa munito della formula esecutiva.

Il marito proponeva rituale opposizione all’esecuzione e agli atti esecutivi rilevando la nullità dell’atto di precetto notificato per omessa contestuale notifica del titolo esecutivo che, nel caso di specie, è costituito dal verbale di separazione omologato con decreto del Tribunale in composizione collegiale.

Secondo la tesi del marito recepita in toto dal Tribunale, detto titolo rappresenta una fattispecie complessa – ossia formata da due elementi, verbale di separazione e decreto di omologa, che viene ricompresa nella categoria dei titoli esecutivi di cui al comma 2° n. 3 dell’art. 474 c.p.c.

Il solo decreto di omologa, che non regolamenta i rapporti sostanziali tra le parti e non indica quali siano i diritti e gli obblighi scaturiti dalla separazione, non può essere considerato titolo per l’esecuzione forzata, neppure ai sensi del n. 1 del comma secondo del sopra citato articolo.

Pertanto, la notifica del solo decreto di omologazione della separazione, come avvenuto nel caso di specie, non soddisfa il dettato di cui all’art. 479 c.p.c. secondo il quale l’esecuzione forzata deve essere preceduta dalla notifica del titolo in forma esecutiva e del precetto.

La richiamata nullità, poi, non è neppure sanabile ai sensi dell’art. 156 ultimo comma c.p.c. e ciò sia quando venga proposta opposizione ex art. 617 cod. proc. civ. per far valere il vizio della mancata osservanza dell’art. 479, comma 1, c.p.c.; sia quando, unitamente a quest’ultima, vengano proposti motivi di opposizione ex art. 615 cod. proc. civ.

Il Tribunale di Reggio Emilia, anche sulla scorta di quanto sostenuto dalla Suprema Corte di Cassazione con sentenza n. 23894/2012, ha ritenuto non correttamente notificato il titolo esecutivo considerando che “il decreto di omologa non costituisce alcun obbligo a carico delle parti” e rilevando che detta nullità non è sanabile ai sensi dell’art. 156 c.p.c. ultimo comma.

Di conseguenza ha sospeso l’efficacia del titolo esecutivo e rinviato la causa per discussione orale.

LA FIRMA DEL NON VEDENTE

L’IMPOSSIBILITA’ TEMPORANEA A FIRMARE

IL RILASCIO DEL DOCUMENTO DI IDENTITA’

La condizione del non vedente è disciplinata da una legge speciale ossia la LEGGE 3 febbraio 1975, n. 18 rubricata “Provvedimenti a favore dei ciechi”.

Ho esaminato la normativa e la prassi in riferimento alla richiesta di un cliente al quale era stato chiesto di redigere a far sottoscrivere al non vedente, un contratto di comodato.

Sul documento di identità del proprietario risultava la dicitura “impossibilitato a firmare”.

La domanda quindi era

La legge speciale sopra citata si compone di soli quattro articoli e stabilisce che: “La persona affetta da cecità congenita o contratta successivamente, per qualsiasi causa, è a tutti gli effetti giuridici pienamente capace di agire, purchè non sia inabilitata o interdetta a norma degli articoli 414, 415 e 416 del codice civile (articolo 1).

Da ciò ne consegue che la firma la firma apposta su qualsiasi atto, senza alcuna assistenza, dalla persona affetta da cecità, è vincolante ai fini delle obbligazioni e delle responsabilità connesse. Resta ferma il divieto di cui all’articolo 604, ultimo comma, del codice civile (si tratta della redazione del testamento segreto che è precluso a chi non possa leggere) (articolo2)..

La persona affetta da cecità ha la facoltà di chiedere di essere assistita da altro soggetto, nel compimento degli atti di cui all’articolo 2, o a partecipare alla loro redazione, nei limiti indicati dall’interessato, altra persona cui egli accordi la necessaria fiducia.

La persona che, ai sensi del comma precedente, presta assistenza nel compimento di un atto, deve apporre su di esso, dopo la firma del cieco, la propria, premettendo ad essa le parole “il testimone”. La persona che, ai sensi del primo comma, partecipa alla redazione di un atto, deve apporre su di esso, dopo la firma del cieco, la propria, premettendo le parole “partecipante alla redazione dell’atto”.

Ai sensi dell’art. 4 poi, Quando la persona affetta da cecità non è in grado di apporre la firma, effettua la sottoscrizione con un segno di croce; se non può sottoscrivere neppure con il segno di croce, ne è fatta menzione sul documento con la formula “impossibilitato a sottoscrivere”.

Nei casi previsti nel comma precedente il documento è perfezionato con l’intervento e la sottoscrizione di due persone designate ai sensi dell’articolo 3.

Dal punto di vista amministrativo diversi Comuni prevedono espressamente le ipotesi del non vedente che richieda un documento di identità o compia un atto amministrativo.

In tal caso, per coloro che non sanno o non possono firmare a causa di motivi di salute, sono possibili forme alternative di autentica o dichiarazione.

Inoltre per coloro che non possono recarsi di persona presso l’Ufficio Anagrafe, è possibile richiedere che la procedura sia svolta presso il proprio domicilio

La dichiarazione di chi non sa o non può firmare è raccolta dal pubblico ufficiale previo accertamento dell’identità del dichiarante e della sua capacità d’intendere e di volere.

Il pubblico ufficiale attesta che la dichiarazione è stata a lui resa dall’interessato in presenza di un impedimento a sottoscrivere. 

Diversamente, la dichiarazione  di chi si trovi in una situazione di impedimento TEMPORANEO, per ragioni connesse allo stato di salute (ad esempio a causa di malattia temporanea conseguente un incidente stradale), è sostituita dalla dichiarazione, contenente espressa indicazione dell’esistenza di un impedimento, resa dal coniuge o, in sua assenza, dai figli o, in mancanza di questi, da altro parente in linea retta o collaterale fino al terzo grado, al pubblico ufficiale, previo accertamento dell’identità del dichiarante.

All’interno della dichiarazione deve essere espressamente indicata anche l’esistenza dell’impedimento a firmare da parte dell’interessato

Le procedure relative a persone che non possono sottoscrivere la dichiarazione, non sono consentite in materia di dichiarazioni fiscali (art.4 d.P.R. 445/2000).

L’omissione del deposito del titolo esecutivo nella cancelleria del tribunale, configura un vizio non suscettibile di sanatoria che appartiene alla categoria delle decadenze ex art. 153 comma 2 c.p.c. Tribunale di Modena, 3 novembre 2018 Dott. Michele Cifarelli

Nel caso in esame, uno dei debitori aveva proposto opposizione rilevando che nel fascicolo di causa della procedura esecutiva immobiliare, era stata depositata una copia del ricorso-decreto ingiuntivo scansionata ma mancante della pagina contenente la condanna del debitore al pagamento della somma richiesta in monitorio.

Secondo l’opponente tale mancanza determinava la violazione del disposto dell’art. 557 c.p.c. non potendo considerarsi sufficiente  la sola produzione del ricorso e della formula esecutiva.

Il Giudice della esecuzione presso il Tribunale di Modena, accoglieva l’opposizione sulla scorta dei principi di seguito riportati:

[…]L’art.557 co.3° prevede che “Il pignoramento perde efficacia quando la nota di iscrizione a ruolo e le copie dell’atto di pignoramento, del titolo esecutivo e del precetto sono depositate oltre il termine di quindici giorni dalla consegna al creditore.”
Risulta evidente che tale effetto è direttamente disposto dalla legge, riguarda ciascuno degli atti ivi indicati ed ha riguardo esclusivo al mancato rispetto del termine, senza alcuna distinzione fra le cause dell’omissione.
E’ certo, poi, che un vizio di tal genere, a differenza della nullità, non è suscettibile di sanatoria ex art.156 co.3° cpc. Esso appartiene, in realtà, alla categoria delle decadenze processuali, per le quali il rimedio in astratto invocabile è quello dell’art.153 co.2 cpc; che però non può trovare in concreto applicazione, poiché l’errore nella scannerizzazione è certamente imputabile alla parte“.

Si allega copia del provvedimento di estinzione: Tribunale di Modena 3.11.18

 

Avvocato Chiara Maestri